Itai Dzamara: la sparizione di un difensore dei diritti umani

Itai Dzamara, © Amnesty International
Itai Dzamara, © Amnesty International

Il 9 marzo 2015 Itai Dzamara si trovava dal barbiere, nel quartiere Glen View della capitale Harare. Dopo pochi minuti cinque uomini fanno all’improvviso ingresso all’interno del negozio, accusando il ragazzo di aver rubato delle vacche. In pochi minuti lo ammanettano e lo caricato su un furgone dalla targa cancellata. Da quel giorno di marzo l’ubicazione di Itai e l’identità di coloro che sono dietro al rapimento sono rimaste sconosciute.

Itai Dzamara era un giornalista e attivista per la democrazia dello Zimbabwe, conosciuto per la sua attività di contrasto alle politiche di Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe fino al 21 novembre 2017, giorno in cui si è dimesso a seguito di un colpo di stato. Ma ci torniamo dopo.

In passato Itai era già stato preso di mira dalle forze di sicurezza, che lo avevano picchiato, arrestato e trattenuto arbitrariamente in detenzione. Dal giorno della sua sparizione non è mai stata avviata alcuna indagine ufficiale degna di nota per accertare la sua sorte.

“Vivere senza sapere dove sia la persona che ami ti riempie di dolore. Ogni giorno penso che tornerà o almeno che qualcuno mi venga a dire che l’hanno trovato. Soffro ogni volta che i miei figli mi chiedono dove sia papà, perché non ho una risposta. Temo che la vicenda di mio marito non sia stata presa sul serio dal governo. Voglio che la verità venga fuori. Devo poter rispondere ai miei figli. Sono ancora giovani. Loro devono sapere”.

Sua moglie Sheffra ha raccontato ad Amnesty International — l’unica organizzazione ad occuparsi ancora del caso — cosa voglia dire cercare di scoprire cosa sia accaduto al marito.

“Immagini, signor presidente, di non essere in grado di dire ai suoi due figli se il loro padre è vivo o morto. Qualcuno sa dov’è Itai, ma ha deciso di lasciare da cinque anni i suoi familiari nell’incertezza”.

Sono le parole rivolte da Muleya Mwananyanda, vicedirettrice di Amnesty International per l’Africa meridionale, a Emmerson Mnangagwa, presidente dello Zimbabwe.

Il leone Cecil

Facciamo un passo indietro di qualche anno. Il giorno in cui anche in Italia è comparso per la prima volta il nome di Itai Dzamara avevano appena ucciso un leone. Era il 28 luglio 2015 e la storia di Cecil stava uscendo praticamente su tutti i giornali, con un’ampia copertura e diffusione: nelle settimane precedenti era stato ucciso Cecil, un leone presentato al mondo come uno degli animali più famosi del parco nazionale Hwange in Zimbabwe. In particolare, il cappello introduttivo di quasi tutti gli articoli lo presentava come: “un bellissimo leone, amato dalla comunità locale e dai turisti di tutto il mondo, è stato ucciso da un ricco cacciatore statunitense per farne un trofeo”.

Quando parlo di “tutto il mondo” in realtà intendo nel mondo conosciuto dai frequentatori di internet e dei media in generale, ossia quello europeo e statunitense. Andando un centimetro più in là del nostro naso — ad esempio in Zimbabwe, dove quel terribile accadimento ha avuto luogo — la notizia della morte di Cecil non è stata accolta con altrettanto trasporto e compassione.

Vista dagli occhi degli abitanti dello Zimbabwe quella storia era una non storia: nei 10 anni precedenti a quell’avvenimento erano stati uccisi circa altri 800 leoni; la storia del “leone preferito dello Zimbabwe” era una panzana inventata dai media. Ma soprattutto: quando un leone viene ucciso, in molti villaggi si festeggia. Perché per quei villaggi i leoni sono una minaccia reale e concreta, non sono né gattini da compagnia né trofei da esposizione — vivi o morti che siano — per abbienti abitanti delle città metropolitane.

Come ha avuto modo di sottolineare Goodwell Nzou sul New York Times in un articolo uscito nell’agosto di quell’anno: “In Zimbabwe, non piangiamo per i leoni”. Vista dalla nostra prospettiva potrebbe sembrare brutale, ma vista da un abitante della zona significa “un leone in meno a minacciare famiglie come la mia”, come ha sottolineato Nzou.

L’uccisione di Cecil non è stata vissuta dagli abitanti dello Zimbabwe con lo stesso trasporto portato avanti dai media occidentali e dalle associazioni animaliste: semplicemente per loro i leoni sono un grave pericolo per gli abitanti.

“E per favore, non offritemi le condoglianze per Cecil a meno che voi non siate anche disposti ad offrire le condoglianze per gli abitanti del villaggio uccisi o lasciati affamati dai suoi fratelli, dalla violenza politica o dalla fame.”, conclude Nzou nel suo articolo. Ed è anche il punto di contatto con la storia di Itai.

Durante il lunghissimo flusso di notizie correlate, in quel periodo iniziò a circolare l’opinione rilasciata su Buzzfeed da Alex Magaisa, professore di Legge all’università del Kent originario dello Zimbabwe, che diceva:

“Il paese sta attraversando un periodo di grave crisi economica e comprensibilmente molte persone hanno bisogni molto pressanti a cui pensare, per esempio trovare un lavoro. Migliaia di persone sono state licenziate nelle ultime settimane dopo una decisione della Corte Suprema sul diritto dei datori di lavoro di licenziare senza liquidazione. Un attivista per la democrazia — si chiama Itai Dzamara — è scomparso diversi mesi fa, anche se è impossibile che lo sappiate grazie ai media internazionali. Quindi perdonate gli zimbabwesi se la loro attenzione non è troppo focalizzata sulla triste morte di Cecil.”

Fino a quel momento, in effetti, oltre alle fonti locali zimbabwesi non c’era alcuna menzione di Itai Dzamara nei media internazionali. Dal momento in cui questo articolo ha iniziato a prendere forma le fonti sono notevolmente aumentate. Ma in Italia ancora oggi — dopo 6 anni — quasi nessuno ne ha parlato, salvo per un passaggio rapido da parte di Articolo21 che riprende la campagna di Amnesty International sempre attenta alla tematica.

Il prezzo dell’attivismo

In un’intervista ad African Arguments la moglie di Itai, Sheffra ha raccontato la loro vita precedente, partendo da quando si conobbero su un bus per pendolari mentre entrambi si recavano alle loro case nel sobborgo di Harare di Highfield dopo il lavoro. Itai dopo aver lavorato alcuni anni in tipografia era diventato un giornalista per lo Zimbabwe Independent.

“Siamo stati amici per un po’ “, dice Sheffra. “Mi accompagnava a casa … A volte veniva a trovarmi al lavoro. Mi portava sempre il pranzo. “

Nel 2004 si sposano e la vita sembrava semplice all’epoca. La coppia non vedeva l’ora di costruire una vita insieme. Itai ha onorato Sheffra e la sua famiglia pagando il tradizionale prezzo della sposa roora, permettendo loro di avere un matrimonio in chiesa. Era un marito generoso, aiutava sua suocera a provvedere ai fratelli minori di Sheffra e a pagare le tasse scolastiche.

Poco dopo il loro matrimonio, Sheffra apprese di essere incinta di due gemelli. “Sono andata da sua madre a Mutoko perché desideravo tanto burro di arachidi e mango!” ricorda Sheffra.

A Mutoko, ha iniziato il travaglio precoce, due mesi prima del parto. Un bambino è sopravvissuto solo pochi giorni. Hanno chiamato il gemello sopravvissuto Nokutenda.

Qualche anno dopo, Sheffra partorì di nuovo, questa volta senza complicazioni. Hanno chiamato la ragazza Nenyasha.

Nel 2014 però l’economia dello Zimbabwe ha subito una vera e propria caduta libera: i posti di lavoro scarseggiavano e anche chi lavorava trovava difficile sbarcare il lunario. Come molti altri, Itai ha dato la colpa dei molti problemi del paese al governo decennale dell’allora presidente Robert Mugabe. Lasciò il suo lavoro allo Zimbabwe Independent e fondò Occupy Africa Unity Square, un movimento sociale che chiedeva esplicitamente le dimissioni di Mugabe.

“Ha detto che Dio gli aveva detto che questo era ciò che doveva fare, che saremmo stati bene, che la nostra famiglia si sarebbe presa cura di noi. Non avevo bisogno di farne parte o di dire qualcosa pubblicamente, ma mi ha chiesto di pregare. Itai era così: una volta che ha preso la sua decisione, è andata così “, racconta Sheffra.

Itai ha scritto una petizione da presentare al governo, dicendo che i lavoratori non erano pagati con salari equi. Voleva che i loro figli ed i figli dei suoi concittadini avessero una vita migliore. La petizione fu consegnata direttamente all’ufficio del presidente ad Harare insieme a Philosphy Nyapfumbi e Tichaona Danho, colleghi del movimento Occupy. La risposta è stata immediata. Trenta minuti dopo, il trio ha ricevuto una chiamata che chiedeva loro di tornare.

Sono stati portati alla stazione di polizia centrale di Harare dove sono stati interrogati sottoterra. Scrivendo per Daily News, Itai ha descritto che sono stati trattati con rispetto, ma che la minaccia inespressa di violenza aleggiava nell’aria.

“Diversi funzionari, in giacca e cravatta ci hanno accompagnato e si sono assicurati di metterci in un modo che ci tenesse ben circondati… Dritti in una stanza molto piccola sul retro, siamo stati fatti sedere. Poliziotti dall’aspetto feroce erano stipati nella stanzetta, circa sette di loro, con un paio di fucili AK47 sul retro.”

Quando questa intimidazione è fallita, gli agenti si sono rivolti a minacce più aperte. “Mi hanno ricordato che avrebbero potuto picchiarmi brutalmente con un assortimento di sjambok (fruste tradizionali africane ndr), sbarre di ferro e assi di legno che erano in abbondanza nella stanza. Ho detto che potevo sopportarlo ”, ha scritto Itai.

Alla fine, gli agenti di sicurezza hanno rilasciato i detenuti con un avvertimento. “Vedi Dzamara, non ti abbiamo mai picchiato, non ti abbiamo arrestato. Non abbiamo alcun problema con la tua petizione ed è tuo diritto farlo. Ma ti chiediamo di ripensare seriamente ai tuoi piani di radunarti in Africa Unity Square. Sei una persona istruita e devi accettare che non è corretto fare ciò che stai pianificando, per favore’”

L’Africa Unity Square di Harare è in effetti un buon posto per iniziare una rivoluzione e, nel 2014, il governo temeva che il tipo di protesta visto nella Primavera araba qualche anno prima potesse essere replicato in Zimbabwe. Lo ZANU-PF al potere sapeva per propria esperienza che i movimenti efficaci si costruiscono una persona alla volta.

Anche Itai lo sapeva e organizzava marce per denunciare istituzioni statali corrotte. Il suo messaggio ha avuto un’ampia risonanza e le folle che si sono riunite in solidarietà sono cresciute di dimensioni nelle settimane e nei mesi successivi, come documentato sulla sua pagina Facebook ancora attiva. La richiesta delle dimissioni di Mugabe si fece più forte e sempre più persone iniziarono a prenderne atto. Itai e il suo avvocato, Kennedy Masiye, sono stati picchiati dalla polizia, ma sono rimasti fermi sulle loro posizioni.

La caduta di Mugabe

Lo Zimbabwe ha circa 14 milioni di abitanti, è un ex colonia dell’Impero britannico ed ha conquistato l’indipendenza dal 1980. Per ben 37 anni è stato governato in maniera autoritaria da Robert Mugabe, primo ministro dal 1980 e presidente dal 1987.

A dispetto di un lungo mandato in cui le cose sono andate avanti tutto sommato bene, nel momento in cui Mugabe ha deciso di iniziare a confiscare le aziende agricole di proprietà dei cittadini bianchi l’economia ha iniziato a crollare.

La volontà di confiscare le terre per assegnarle a persone vicine al regime, o a persone inesperte, causò un rapido declino dell’intero settore ed un aumento dell’inflazione che fece cadere il paese nel buio. In un famoso articolo di Philip Gourevitch intitolato Wasteland, viene ripercorso quel periodo.

“Il 60 per cento dei cittadini dello Zimbabwe è disoccupato e quelli che hanno un lavoro guadagnano in media meno di quanto si guadagnava al momento dell’indipendenza del paese. Il resto della popolazione arranca con meno di un dollaro al giorno, che potrebbe essere anche sufficiente a comprare qualcosa se l’effetto rovinoso degli espropri delle aziende agricole — aggravato quest’anno dalla siccità regionale — non avesse creato gravi carenze produttive, facendo emergere la prospettiva di una carestia imminente in tutta la nazione.”

Nella ricostruzione della BBC vengono spiegati nel dettaglio i motivi della confisca, con la volontà di cancellare il passato coloniale del paese. Nel settembre 2020 il nuovo governo dello Zimbabwe ha deciso che i coltivatori bianchi potranno fare domanda per riottenere le terre espropriate e che verrà pagata una somma di 3,5 miliardi di dollari statunitensi a titolo di risarcimento. Ma come siamo arrivati qui?

Per quasi quattro decenni, Mugabe ha esercitato un’autorità senza rivali distribuendo sane dosi di potere, terra e paura. Ha schiacciato il dissenso supervisionando il massacro di migliaia di civili negli anni ’80 e ha sconfitto senza sforzo entrambi i rivali del suo partito e dell’opposizione. Il suo dominio era così travolgente che, anche nei suoi 90 anni e indebolito dall’età, i potenziali successori hanno mostrato estrema deferenza, scegliendo di rimanere in silenzio fino alla sua morte.

Il 15 novembre 2017 nella capitale Harare, circa una mezza dozzina di carri armati si sono posizionati intorno agli edifici governativi strategici e agli incroci delle strade. In quel momento i negozi e le banche erano aperti e la maggior parte della gente continuava a lavorare come al solito, probabilmente perché il colpo di stato era avvenuto senza violenza o resistenza. I soldati hanno bloccato la strada principale che porta all’aeroporto, che il signor Mugabe, 93 anni, aveva ribattezzato con il suo nome una settimana prima. Mugabe non è stato rimosso dalla carica di presidente, lasciando aperta la possibilità che potesse essere mantenuto durante un periodo di transizione. In quel momento era però chiaro che un’era stava per concludersi in Africa. Il 21 novembre 2017 Mugabe si è dimesso da presidente dello Zimbabwe.

Le dimissioni seguenti al colpo di stato sono arrivate dopo anni di crisi economica e rapporti burrascosi con l’occidente, culminati con uno degli ultimi colpi di coda dell’autoritarismo del presidente. La settimana precedente al colpo di stato Emmerson Mnangagwa, vicepresidente in quel momento, fu estromesso da Mugabe per favorire la presa di potere degli alleati della moglie del presidente.

In quel momento Mnangagwa era già ampiamente descritto come il nuovo leader del paese, tanto che infatti erano in corso negoziati tra gli alleati dell’allora vicepresidente e i partiti di opposizione per formare un governo provvisorio che avrebbe ammorbidito le critiche internazionali alla presa di potere militare.

Mnangagwa era vicino ai leader militari, compreso il comandante delle forze di difesa dello Zimbabwe, il generale Constantine Chiwenga, che aveva minacciato un intervento militare all’inizio di quella stessa settimana. Cosa che è poi avvenuta, con l’avvallo di un’ampia coalizione politica accanto al partito ZANU-PF e la nomina di Mnangagwa come nuovo presidente.

La sparizione di un attivista

Negli ultimi momenti di Sheffra e Itai però Mugabe era ancora il leader indiscusso. Gli ultimi momenti della coppia insieme sono stati descritti come felici. Mentre Itai usciva di casa per tagliarsi i capelli, Sheffra gli chiese cosa avrebbe dovuto stirare per lui quel giorno.

“Sai com’è quando sei orgogliosa di tuo marito”, dice. “Volevo che fosse sempre intelligente. Ero pronta a stirare di nuovo i suoi vestiti per farlo sembrare più ordinato, anche se li avevo stirati la sera prima. “

Itai rise, ricorda, dicendole che era felice di indossare i vestiti così com’erano.

I veicoli utilizzati per il rapimento di Itai quella mattina non erano contrassegnati. Molti veicoli emessi dal governo non portano targhe. Il barbiere ha detto ad Al Jazeera che gli uomini che hanno preso Itai lo hanno accusato di furto di bestiame, lo hanno ammanettato, lo hanno spinto su una doppia cabina bianca e sono partiti ad alta velocità.

“È stato preso intorno alle 10 del mattino”, dice Sheffra. “Me l’hanno detto intorno alle 11, dopo un’ora. Pensavano che i rapitori di Itai potessero essere ancora nella zona. Per questo ero terrorizzata.”

Tuttavia, ha segnalato la questione alla stazione di polizia centrale di Harare accompagnata dagli avvocati Charles Kwaramba e Kennedy Masiye. La polizia si è rifiutata di assisterla, dicendo che dovrebbe invece andare alla stazione di polizia di Glen Norah. Nei giorni seguenti, ha sentito voci e ha ricevuto messaggi di testo che dicevano che Itai era stato gettato nell’acido o che fosse stato assassinato.

I fallimenti istituzionali della polizia dello Zimbabwe sono variamente documentati. La forza di polizia soffre di corruzione, incompetenza e mancanza di risorse, capacità e volontà politica. Nel 2016, l’International Police Science Association ha classificato la polizia dello Zimbabwe al 103 ° posto su 127 paesi. Non sorprende quindi la scarsa collaborazione da parte degli organi di polizia nei confronti della sparizione di Itai.

In un’intervista di qualche tempo dopo, l’avvocato di Sheffra, Kwaramba, ha invitato lo stesso presidente a dire qualcosa pubblicamente.

“In qualità di Capo dello Stato, devi essere in grado di inviare il messaggio che sei preoccupato per la scomparsa della persona. Non si tratta solo di raccontarci cosa si sta facendo. Certo, abbiamo bisogno dalla polizia, ma come leader della nazione…”

Il presidente Mugabe ha risposto alle domande su Itai soltanto a luglio 2018, dopo molti mesi dalle sue dimissioni, con una frase sibillina in cui in sostanza diceva “Perché portarlo via, che male può aver fatto?”.

Il presidente Mnangagwa, vice presidente all’epoca dei fatti, ha detto alla Revisione periodica universale delle Nazioni Unite (UPR) a Ginevra nel 2016 che il governo stava attivamente portando avanti la ricerca di Itai. Tuttavia, il governo non è riuscito a fornire aggiornamenti periodici sugli sforzi di ricerca per l’attivista, nonostante un ordine del tribunale emesso nel 2016 gli abbia ordinato di farlo.

Anche il Parlamento Europeo ha provato ad occuparsi del caso di Itai, prima con un’interrogazione parlamentare firmata da Doru-Claudian Frunzulică (S&D) in cui si chiedeva espressamente al parlamento di parlare con il governo dello Zimbabwe per ricevere risposte. All’interrogazione è seguita una risoluzione parlamentare del 21 maggio 2015, adottata a maggioranza, in cui Itai viene definito “difensore dei diritti umani” e si sottolineano le gravi e ripetute violazioni ai diritti civili da parte del governo dello Zimbabwe, in quel momento ancora strettamente controllato da Mugabe. La risoluzione non ha portato alcun risultato.

“We are the people. We got the numbers”

Itai Dzamara durante le manifestazioni diceva sempre “We are the people. We got the numbers”, era convinto che con una grande partecipazione popolare sarebbero riusciti a far cadere il presidente e ristabilire le condizioni e i diritti dei lavoratori.

Il 18 novembre 2017, circa 60.000 cittadini si sono radunati fuori dalla Zimbabwe House per protestare contro il governo di Mugabe. Quella fu l’espressione più significativa della volontà del popolo sin dai tempi dell’indipendenza dal controllo coloniale. Quella pressione popolare ha contribuito a costringere il presidente a dimettersi definitivamente dopo 37 anni. Itai aveva avuto ragione. La gente aveva il potere di rimuovere Mugabe.

“Alla fine, l’intero paese ha detto che Mugabe doveva andarsene, e Mugabe è andato”, dice Sheffra. Ma gli eventi di novembre erano agrodolci. Le dimissioni di Mugabe sono arrivate con tre anni di ritardo.

“Pensavamo che da quando Mugabe si è dimesso, avremmo finalmente avuto pace e mio marito sarebbe tornato o avremmo saputo cosa gli fosse successo”. Ma non è arrivato nessuno.

Il 24 novembre 2017 Emmerson Mnangagwa ha prestato giuramento come presidente. La folla eccitata al National Sports Stadium ha superato la capacità possibile. Molti dei presenti non avevano mai osato immaginare un giorno in cui lo Zimbabwe sarebbe stato senza Mugabe, un uomo che sua moglie Grace aveva promesso che avrebbe persino governato dalla tomba.

Nonostante la speranza riposta in una nuova era per lo Zimbabwe, Sheffra, Nokutenda e Nenyasha stanno ancora aspettando. L’amministrazione di Mnangagwa non mostra alcuna intenzione di voler scavare negli scheletri del passato. Sono ansiosi di andare avanti, ignorando la storia di feroce oppressione dello ZANU-PF.

“Non dovremmo mai rimanere ostaggi del nostro passato. Mi appello quindi umilmente a tutti noi affinché lasciamo che il passato sia passato.” ha dichiarato Mnangagwa nel suo discorso di inaugurazione. Un passaggio che sembra voler seppellire tutto ciò che è successo in precedenza, compresa la storia di Dzamara.

Il rapimento di Itai è ancora radicato nella coscienza dello Zimbabwe. La sua inspiegabile scomparsa rimane un oscuro e costante promemoria che il potere non risiede nelle persone, che dire la verità al potere può farti uccidere e devastare la tua famiglia. Sheffra nelle varie interviste dice che Nokutenda e Nenyasha a volte le chiedono quando il loro padre tornerà a casa.

Ma da sei anni non è ancora in grado di rispondere.

Journalist, Digital Marketing & Communication Consultant

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